Rezgar Akrawi, Globetrotter, 11 giugno 2026
Tradotto da Tlaxcala
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Durante il recente attacco a Gaza, migliaia di attivisti hanno visto cancellare i propri post o limitare i propri account semplicemente per aver documentato i crimini dell’occupazione israeliana o espresso solidarietà al popolo palestinese. Questo è ben lungi dall’essere un fenomeno isolato. In India, il governo ha emesso ordinanze d’urgenza per bloccare decine di account durante le proteste degli agricoltori, mentre organizzazioni per i diritti umani hanno documentato la sospensione di account di un gran numero di giornalisti e attivisti per il solo fatto di criticare le politiche governative. Molti si sono sentiti impotenti e furiosi, poiché le loro voci sembravano deliberatamente messe ai margini. Questi casi offrono una chiara illustrazione di ciò che oggi può essere chiamato “repressione digitale dolce”.
Questa forma di repressione non si manifesta sempre come blocco diretto o arresto pubblico. Opera attraverso algoritmi invisibili e sistemi digitali, rimodellando lo spazio digitale in modi che determinano cosa raggiunge il pubblico e cosa viene emarginato. Con la rapida espansione dell’intelligenza artificiale, questi meccanismi sono diventati sempre più complessi e di vasta portata. Ciò solleva una domanda pressante: come funziona questo sistema e come lo si può affrontare?
Controllo digitale e autosorveglianza volontaria
Le grandi aziende digitali raccolgono sistematicamente enormi quantità di dati, usando l’intelligenza artificiale per analizzarli e classificare gli utenti secondo modelli comportamentali, orientamenti intellettuali e inclinazioni politiche. Attraverso algoritmi attentamente progettati, i contenuti di sinistra, progressisti e sui diritti umani possono essere limitati senza alcuna necessità di cancellazione diretta. Dal punto di vista dell’utente, un basso coinvolgimento sembra derivare dall’indifferenza del pubblico, quando in realtà potrebbe essere il risultato di meccanismi algoritmici che controllano il livello di portata e visibilità.
Molti hanno sperimentato questo direttamente: viene scritto un post importante che raggiunge solo un numero limitato di follower. Numerosi studi hanno esaminato il fenomeno della bolla di filtro, per cui gli utenti vengono gradualmente isolati in ambienti informativi che rafforzano le loro opinioni preesistenti limitando al contempo la loro esposizione a contenuti critici o alternativi. Le fughe di notizie di Facebook del 2021 hanno rivelato discussioni interne riguardanti la gestione dei contenuti e l’influenza degli algoritmi sulla sfera pubblica. La Brookings Institution ha documentato come le piattaforme digitali contribuiscano ad approfondire la polarizzazione politica e a radicare la dominazione ideologica.
Col tempo, molti utenti iniziano a praticare quella che si potrebbe chiamare “autosorveglianza volontaria”, imponendosi restrizioni per paura di bandimento o di un calo di visibilità. Questa paura rimodella la natura del discorso pubblico e trasforma gradualmente lo spazio digitale in un ambiente più controllato, che serve gli interessi delle forze che dominano l’infrastruttura digitale.
Frustrazione digitale
Attraverso il flusso costante di contenuti, gli algoritmi contribuiscono a generare un senso di impotenza e perdita di speranza nella possibilità di cambiamento, sottolineando ripetutamente i fallimenti degli esperimenti progressisti e presentando l’ordine capitalistico esistente come l’unica opzione praticabile. Allo stesso tempo, l’individualismo e le soluzioni basate sul successo personale sono promossi come la via principale per affrontare i problemi sociali, mentre la cultura del consumo e il successo individuale sono presentati come l’alternativa pratica all’azione collettiva e all’organizzazione politica. Il risultato è l’isolamento degli individui, l’indebolimento dei legami collettivi e la trasformazione delle preoccupazioni sociali condivise in responsabilità personali.
Arresto digitale e assassinio digitale
Quando la sorveglianza occulta o la frustrazione si rivelano insufficienti, il sistema raggiunge livelli più espliciti di esclusione digitale. Attivisti e giornalisti si trovano improvvisamente i loro account sospesi o bloccati senza preavviso, con queste misure giustificate da frasi generiche come “violazione degli standard della comunità”, anche se il contenuto preso di mira è in molti casi documentazione di violazioni dei diritti umani o crimini di guerra.
In altri casi, la situazione raggiunge ciò che si può solo descrivere come “assassinio digitale”: la completa cancellazione della presenza digitale di individui o intere istituzioni. Il targeting dei contenuti palestinesi è uno degli esempi più contestati, con organizzazioni per i diritti umani e ricercatori che hanno documentato numerosi casi di cancellazione di post e restrizioni di account legati alla copertura di violazioni, insieme a una sorprendente incoerenza nell’applicazione delle regole sui contenuti tra le diverse parti.
Cosa si può fare? Alternative per le forze di sinistra e progressiste
Se la repressione digitale dolce cerca di limitare il potenziale di resistenza, organizzazione e libera espressione, allora affrontarla inizia col riconsiderare la tecnologia stessa come un’arena di lotta sociale e politica.
Ciò richiede di spingere per una maggiore trasparenza e controllo democratico delle grandi aziende digitali, e di emanare leggi che proteggano la privacy, criminalizzino la sorveglianza politica e impongano la divulgazione dei meccanismi decisionali algoritmici.
La risposta non può limitarsi alla sola legislazione. C’è anche bisogno di costruire internazionali digitali di sinistra e reti di solidarietà transfrontaliera che espongano le violazioni digitali e difendano diritti e libertà nello spazio online. Gli utenti e le istituzioni della società civile possono anche esercitare pressioni sulle aziende coinvolte nello sviluppo o nella vendita di tecnologie di sorveglianza usate contro attivisti, giornalisti e dissidenti.
È altrettanto importante sostenere il software libero e open source, e sviluppare piattaforme alternative più trasparenti e soggette a controllo comunitario, affinché la tecnologia sia usata per proteggere i diritti, esporre le violazioni e rafforzare la partecipazione democratica.
Le organizzazioni di sinistra e progressiste dovrebbero anche sviluppare i propri strumenti digitali, che vanno dalle tecnologie di crittografia e protezione della privacy alle campagne di sensibilizzazione che rivelano il funzionamento interno degli algoritmi e il loro impatto politico e sociale.
La tecnologia tra dominio e liberazione
Se le ricorrenti esperienze di restrizione dei contenuti palestinesi, insieme ad altri casi che hanno preso di mira voci di sinistra, progressiste e dei diritti umani in diverse parti del mondo, rivelano una dimensione importante del problema, confermano anche che le alternative sono possibili.
Il problema non è rifiutare l’intelligenza artificiale o la tecnologia digitale. La questione riguarda chi possiede questa tecnologia, come viene governata e nell’interesse di chi opera. Trasformare l’intelligenza artificiale in uno strumento che serve la società e il cui uso è soggetto a controllo democratico può aprire nuovi orizzonti per la partecipazione, l’organizzazione e la solidarietà.
Internet non è semplicemente un mercato globale per la pubblicità e i dati. È uno spazio sociale, politico e culturale che può contribuire a costruire nuove forme di azione collettiva e di lotta per la giustizia sociale.
Per questo motivo, la battaglia sulla tecnologia rimane parte della lotta più ampia contro il dominio e lo sfruttamento, e per la democrazia, l’uguaglianza, la libertà e un’alternativa socialista. Riportare l’essere umano al centro delle decisioni digitali rimane una condizione fondamentale per costruire un futuro in cui la tecnologia serva la società piuttosto che l’accumulazione di capitale.

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