Ibrahim Nasrallah, Al Quds Al Arabi, 29 gennaio 2025
Tradotto da Lavinia Marchetti, a cura di Fausto Giudice
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E dopo ?
Ve lo diciamo ora, come ve lo abbiamo detto settantasette anni fa: E dopo ?
Ci avete uccisi con una brama di sangue che nessun assassino ha mai eguagliato
ma non siamo morti.
Quindi, e dopo ?
Avete invaso le nostre città e i nostri villaggi, i nostri campi di grano e i nostri uliveti,
le nostre verdi pianure e le nostre montagne imponenti.
Avete flagellato i nostri volti con il sangue dei nostri bambini a ogni alba.
E dopo ?
Avete inventato cinquantamila nuovi nomi per tutte le nostre città e i nostri villaggi,
e per tutti i nostri fiumi, ruscelli e sorgenti,
e per le valli incastonate tra due montagne, tra due possenti rocce.
E dopo ?
Avete rubato le nostre erbe e i nostri fiori di campo, i nostri pendii in fiore e le nostre valli profonde.
Avete spogliato i nostri uccelli dei loro nomi,
e avete preteso le vesti che le nostre madri hanno ricamato con i loro cuori
e gli sguardi teneri delle loro figlie e dei loro figli.
E dopo ?
Avete divorato il nostro timo, i frutti delle nostre vigne, il blu del nostro mare.
Avete rapito le nostre onde e le avete stipate in una buia caserma che avete blindato con i proiettili, sotto quello vessillo di morte che chiamate bandiera.
Avete scritto il vostro inno con i lamenti delle nostre madri, mentre raccoglievano la carne lacerata dei loro figli dalle macerie e dalle urla del vento.
E dopo ?
Ci avete scacciati oltre ogni fiume, oceano e mare, per esiliarci; per abbellire la vostra ferocia con la nostra assenza.
Avete scarabocchiato sui muri di ogni massacro che noi non esistiamo, né qui né altrove, e avete inghiottito le nuvole nel nostro cielo (ma non avete catturato né i loro fulmini né i loro tuoni).
Avete eretto posti di blocco per arrestare un futuro destinato a noi, perché sapete che il passato conosce solo i nostri volti.
Quindi, e dopo ?
Ci avete stipati nell’oscurità delle vostre segrete, affinché le nostre vite potessero alimentare un’eternità che sostenevate fosse solo vostra.
Avete fortificato la vostra paura per i nostri ulivi con bombe nucleari, donativi ricevuti fin dal primo spuntare dei vostri artigli.
E dopo ?
Ogni volta che desideravate un aereo, ve ne hanno dati cento.
Ogni volta che bramavate un carro armato, ve ne hanno concessi mille.
Ogni volta che volevate una nave da guerra, vi hanno regalato una flotta.
Ogni volta che vi siete svegliati per sparare a uno dei nostri bambini, vi hanno inviato tutto ciò che potevate immaginare in fatto di bombe, troppo pesanti per essere sopportate dalla terra.
Ogni volta che vi siete imbattuti nelle risate di una bambina,
o in un vecchio che è stato qui duemila anni prima di voi,
vi siete ricordati che voi, qui, non ci siete mai stati.
Avete riempito il vostro Talmud di odio nuovo,
avete cancellato la strada che ha udito la sua risata
e avete frantumato il bastone che lui vi ha puntato contro, dicendo:
“Lasciate questa terra e non mostratevi mai più da queste parti”.
Così ve lo diciamo come ve lo abbiamo detto cinquantasette anni fa: E dopo ?
Voi odiate gli alberi.
Avete mai visto qualcuno odiare gli alberi più di voi?
Un genocidio: tre milioni di alberi distrutti dalle vostre mani dall’alba del millennio.
(Non menzioneremo i nostri morti e i nostri feriti, perché a questo mondo non importa nulla dei nostri martiri).
Chi odia gli alberi più di voi?
Per strapparli dalla terra, per dare fuoco alle loro radici,
per disperdere gli uccelli dai loro nidi,
per rendere orfana l’erba,
per costruire tane per iene sulle nostre colline,
per affilare le zanne degli incubi dei nostri bambini,
per piantare ferite tra i cuori degli amanti.
Così ve lo diciamo, come ve lo abbiamo detto quarant’anni fa:
E dopo ?
La terra che avete bruciato mieterà solo frutti neri. E dopo ?
Cinquecento villaggi non erano abbastanza da cancellare?
Città i cui campi avete stravolto,
i cui vicoli avete soffocato con la polvere da sparo,
le cui ombre avete braccato con i segugi,
le cui tombe avete sepolto il più a fondo possibile.
(Puoi uccidere una persona, ma non puoi seppellire la sua ombra).
Quindi, e dopo ?
Tutti questi muri dietro cui vi nascondete,
da Washington a Londra a Berlino.
Tutti questi regimi, ricordandosi di non aver spazzato via un popolo da qualche parte sulla terra da un po’ di tempo,
vi consegnano tutto ciò che vi serve per distruggerci—
nel timore che i generali e i teorici della pulizia etnica
dimentichino come si portano a termine gli stermini.
Ma e dopo ?
Per voi, tutti gli arabi senza alcuna traccia di arabicità,
le mezzelune spogliate dell’Islam,
e croci per due milioni di Gesù a Gaza.
Tutti loro si inchinano a baciare le vostre mani sporche di sangue,
per cancellare le vostre impronte digitali dalle scene dei massacri,
e dalle armi.
Cantori di inni, incantati da:
“Gloria a Dio nell’alto dei cieli. E pace in terra agli uomini di buona volontà”,
piantano la gloria della vostra crudeltà sulla Terra,
e ripongono la guerra nelle vostre mani come una spada preziosa,
affinché la gioia possa essere solo vostra.
(Poiché la pace sulla Terra non è per noi).
Così ve lo diciamo come ve lo abbiamo detto trent’anni fa: E dopo ?
Cani rabbiosi lacerano le nostre anime a Ramallah,
mentre “uomini” di paglia si illudono di avere senso dell’umorismo, e dicono:
“Un vincitore torna forse a casa a piedi?”
E ridono davanti al bagliore dei loro schermi, deridendo l’atroce marcia di Gaza,
come se avessero dimenticato—in mezzo al loro latrare—
che ogni sera strisceranno di nuovo verso la loro umiliazione nei sobborghi di Ramallah,
leccando le impronte dei vostri soldati.
Ma e dopo ?
Sette muri che sbarrano le quattro direzioni di Dio.
Niente Sud qui, niente Nord, niente Est, niente Ovest.
Assicuratevi che siano più alti i muri dietro i quali sorge il sole,
così ci dimenticheremo che esiste,
così potrete essere ancora più certi
che la luce del sole non è stata creata per nessun altro se non per voi.
E muri sotto la terra,
la gola dell’acqua ostruita dal cemento,
per schiacciare le dita di coloro che scivolano nell’oscurità della notte,
immaginando l’abbraccio della libertà e il calore dei propri cari.
E dopo ?
Ovunque, noi ci siamo:
dal Cile al Giappone,
dall’Aia a Johannesburg,
nell’acqua, nel deserto,
nella montagna e nella pianura,
nel sangue, nel petrolio e nella rabbia,
negli incubi dei principi,
nella sconsideratezza dei presidenti,
e nei frigoriferi giganti chiamati patrie—
ammassati accanto a bestiame di ogni colore, pronti per essere il vostro banchetto sacrificale.
Così ve lo diciamo, come ve lo abbiamo detto 471 giorni prima della morte:
E dopo ?
Mille massacri, trenta guerre, centinaia di migliaia di morti,
ventimila occhi cavati,
centomila arti amputati,
che si protendono per spolverare via questa oscurità,
milioni di schiene piegate sotto il peso degli anni e di cuori feriti.
Tutto questo, e quello, e molto di più,
vi dicono ora , come vi hanno sempre detto:
Oggi non potrete stare in piedi
E domani non potrete stare in piedi,
sulla via del nostro ritorno.
Ibrahim Nasrallah nasce ad Amman, in Giordania, nel 1954, in un campo profughi palestinese. I suoi genitori, originari di Al-Bureij, un villaggio vicino a Gerusalemme, vengono esiliati durante la Nakba del 1948. Cresce nel campo profughi di al-Wahdat, dove frequenta le scuole dell’UNRWA. Dopo aver lavorato come insegnante in Arabia Saudita, torna ad Amman dedicandosi al giornalismo e all’organizzazione culturale. Dal 2006 si dedica esclusivamente alla scrittura.
Ha pubblicato 16 raccolte poetiche, 26 romanzi (di cui 13 fanno parte del progetto «Commedia Palestinese», che abbraccia 250 anni di storia), un’autobiografia e due libri di critica cinematografica. Ha vinto l’International Prize for Arabic Fiction (Arabic Booker) nel 2018, il Neustadt International Prize for Literature (2026), il Jerusalem Award for Culture and Creativity (2012) e il Palestine Prize. Nel 2014 ha scalato il Kilimanjaro insieme a due adolescenti palestinesi amputati delle gambe.
Sono sei le opere di Ibrahim Nasrallah tradotte in italiano. Per la narrativa, sono disponibili Febbre (Edizioni Lavoro, 1999, tradotto da L. Capezzone) e Dentro la notte. Diario palestinese (Ilisso, 2004, tradotto da Wasim Dahmash). Per la poesia, sono state pubblicate sei raccolte dalle Edizioni Q. Alcune sue liriche compaiono inoltre nell’antologia In un mondo senza cielo (Giunti, 2007).


