Sulle tracce di Gramsci: da Chicago a Torino, alla scoperta dei luoghi dell'egemonia
di Marshall Pierce

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Da vecchio adepto di Antonio Gramsci – di cui ho fatto mio il motto, preso in prestito da Romain Rolland: «pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà» –, e di cui non ho ancora esaurito la lettura dopo 50 anni, non ho potuto resistere alla tentazione di tradurre i due testi riportati qui di seguito. Sono stati scritti da un giovane dottorando di Chicago, che tiene un diario della sua ricerca, che lo ha portato da Chicago a Torino, passando per Parigi. Da quella Chicago che, prima di essere la città di Al Capone, fu quella degli anarchici di Haymarket e dei wobblies dell’IWW, alla Torino che fu quella dei consigli operai di oltre un secolo fa, passando per la Parigi della Comune, questo percorso sembra quasi naturale.
Marshall si interroga sul significato del concetto più citato, meno conosciuto e più abusato di Gramsci: l’egemonia (culturale). Ripreso dai pensatori di spicco della Nuova Destra francese (Alain de Benoist in primo luogo), questa «parolaccia», come dicono a Marsiglia, è diventato un cliché mediatico dopo il suo utilizzo da parte di Sarkozy, su suggerimento di Patrick Buisson, durante la campagna elettorale del 2007*, seguito due settimane dopo da Jean-Marie Le Pen**. 9 anni dopo, il candidato Macron lancerà il suo «movimento con velleità egemoniche» En Marche in nome dell’«ottimismo della volontà».
La vulgata mediatica contemporanea vorrebbe vedere nelle farneticazioni di Trump sul suo (a)social network, il mal chiamato Truth Social, segni inequivocabili di un’egemonia culturale, il che denota una totale ignoranza dell’approccio gramsciano, nelle cui profondità i chiacchieroni politico-mediatici non si sono mai presi la briga di immergersi, per paura di annegare.
Lontano dai rumori della tastiera, Marshall Pierce si è lanciato in un viaggio alle fonti del pensiero gramsciano e della pratica operaia, in situ. Ha così iniziato a mappare i luoghi dell’egemonia culturale, che non riguarda solo il campo discorsivo, ma si inscrive nella materialità delle pratiche sociali. Buona lettura! -FG, Tlaxcala
* «In fondo, ho fatto mia l’analisi di Gramsci: il potere si conquista con le idee». Sarkozy, Le Figaro, 17 aprile 2007
** «È lo scrittore comunista Antonio Gramsci che scriveva: le vittorie ideologiche precedono le vittorie elettorali». Jean-Marie Le Pen, 1° maggio 2007
L’ubicazione dell’egemonia
Mappare una città operaia: Torino, 1919–1922
Avrete notato che sono stato in gran parte inattivo su Substack nell’ultimo mese. Questo perché sono attualmente in Italia per fare ricerca d’archivio per la mia tesi di dottorato, il che assorbe la maggior parte del mio tempo. Negli ultimi giorni sono stato alla Fondazione Istituto Piemontese Antonio Gramsci a Torino, a leggere le carte di operai e militanti di base che erano alla guida del socialismo italiano negli anni precedenti l’ascesa del fascismo.
Questo tipo di materiale – lettere personali, memoranda sul lavoro, documenti sindacali – permette di vedere un movimento dall’interno: come qualcosa costruito giorno per giorno da persone comuni. E il movimento socialista di questo periodo merita di essere rivisitato, poiché pose in termini insolitamente concreti una questione alla quale la sinistra ancora oggi si confronta: come possono le persone comuni organizzarsi in una forza capace di trasformare la società?
Questo post non vuole essere un précis della mia ricerca di dottorato, ma poche parole sul progetto più ampio aiuteranno a contestualizzare ciò che sto facendo qui a Torino.
La mia tesi esamina il primo lavoro di Antonio Gramsci – il giovane giornalista e organizzatore, non ancora il “teorico” canonico – come parte di uno sforzo più generale per pensare il rapporto tra egemonia, pratica politica e forma organizzativa.1
Sostengo che la costruzione dell’egemonia non avviene strettamente – o nemmeno principalmente – a livello discorsivo, ma dipende da come le relazioni sociali sono organizzate attraverso spazi concreti e nelle pratiche quotidiane. Questa argomentazione ha implicazioni sia teoriche che pratiche: costruire egemonia non è, o non solo, cambiare il modo in cui le persone pensano, ma strutturare lo spazio sociale per favorire le attitudini, le inclinazioni e le relazioni che rendono una classe subalterna capace di autonomia e autogoverno.2
In apparenza, è un’affermazione piuttosto astratta. Ma il mio metodo di dimostrazione è storico. La tesi si rivolge al movimento socialista in cui Gramsci divenne organizzatore alla fine degli anni dieci, con un focus particolare sui consigli di fabbrica torinesi: istituzioni di autogoverno proletario che Gramsci e i suoi alleati sostennero negli anni che divennero noti come il “Biennio Rosso” del 1919 e 1920.
Il crogiolo dei consigli torinesi, sostengo – dalla loro ascesa nel 1919 al loro crollo nel 1921 e all’ascesa del fascismo nel 1922 – drammatizza il processo attraverso cui un nascente progetto egemonico può essere costruito, consolidato e rapidamente disfatto.3
Educazione politica “dal basso”
La ricerca d’archivio che ho fatto a Torino si collega a un capitolo che sto scrivendo sulle dimensioni pedagogiche dei consigli operai. Nei suoi Quaderni dal carcere, Gramsci sosteneva che “ogni rapporto di egemonia è necessariamente un rapporto pedagogico” – una citazione che viene regolarmente ripresa dagli studiosi della teoria gramsciana dell’egemonia.4
Tuttavia, per quanto sembri semplice, questa affermazione evocativa rimane elusiva finché l’espressione “rapporto pedagogico” rimane indefinita. Che cosa era esattamente un “rapporto pedagogico” per Gramsci?
La mia ipotesi di lavoro è che i consigli operai torinesi del 1919-1921 fossero siti sperimentali in cui veniva elaborata una comprensione distintamente gramsciana della pedagogia. Se è così, allora i consigli operai farebbero luce sulla comprensione gramsciana dell’egemonia in quanto tale.
Questo, tuttavia, è solo un’ipotesi. Ed è qui che entra in gioco la ricerca d’archivio.
Costruire l’egemonia non è – o non solo – cambiare il modo in cui le persone pensano, ma coltivare le attitudini, le inclinazioni e le relazioni che rendono una classe capace di leadership, autonomia e autogoverno.
In effetti, la maggior parte degli studiosi concorderebbe sul fatto che Gramsci e i suoi interlocutori nel movimento socialista torinese intendevano i consigli operai come spazi educativi. Dopo tutto, Gramsci stesso lo ribadì più volte nel corso del 1919 e 1920. In uno dei suoi articoli più noti del periodo, Gramsci salutò i nascenti consigli operai come “magnifiche scuole di esperienza politica e amministrativa”. E tuttavia, nonostante l’ampio consenso sul fatto che i consigli operai svolgessero una funzione pedagogica, ho scoperto pochissime fonti che dettagliano come lo facessero.
Nel consultare gli archivi, quindi, il mio obiettivo è chiarire che aspetto avesse esattamente l’educazione politica nel contesto dei consigli operai. Quali pratiche concrete facilitavano l’educazione dei lavoratori? Qual era la forma del “rapporto pedagogico” incarnato nei consigli? E come era strutturato quel rapporto per inclinare verso una politica di emancipazione sociale, o quella che i militanti del movimento operaio torinese chiamavano “autonomia popolare”?
In coerenza con l’impostazione della tesi, c’è in gioco un’argomentazione più ampia sull’egemonia: piuttosto che trattare l’egemonia come un fenomeno puramente ideologico o discorsivo, il mio obiettivo nel capitolo è sottolineare come l’egemonia sia forgiata attraverso istituzioni che coltivano capacità politiche – giudizio, leadership e capacità organizzative – tra i membri di una classe (potenzialmente) ascendente.
Finora, non ho trovato documenti decisivi negli archivi. Ma questo non è poi così sorprendente, dato che la maggior parte di ciò che sto facendo in questo momento è fotografare materiali: dai libretti di registrazione sindacale e i fascicoli organizzativi a lettere e memorie scritte a mano che riflettono sul movimento dei consigli, che molti partecipanti scrissero negli anni ‘50. Setacciare effettivamente questo materiale richiederà parecchio tempo.
Da ciò che ho sfogliato finora, tuttavia, una cosa è già emersa: Gramsci stesso non era né un osservatore esterno né un “teorico” distaccato del movimento operaio – e ancora meno si considerava un “maestro” con i lavoratori come “allievi”. Come ricordò Giovanni Parodi – un metalmeccanico della FIAT durante il Biennio Rosso che in seguito divenne partigiano e, dopo la caduta del fascismo, Segretario Generale della Federazione Impiegati Operai Metallurgici (FIOM) – in una memoria dattiloscritta datata 1956:
“Gramsci passava molte ore tra noi operai, ci faceva domande, ascoltava le nostre preoccupazioni, cercava di capire le nostre aspirazioni e ciò che pensavamo di determinati eventi. Una delle sue caratteristiche consisteva nella sua grande modestia – non solo nella vita privata e personale, ma soprattutto nella sfera intellettuale. Con chiunque parlasse, non mostrava mai alcuna ostentazione di chi sa molte cose. La sua abitudine era ascoltare con calma e pazienza, senza interrompere, e con grande attenzione. Soleva dire: “Ho molto da imparare dagli operai”. Ogni volta che mi capitava di trovare in [il giornale di Gramsci] L’Ordine Nuovo qualcosa che corrispondeva al pensiero e alle aspirazioni degli operai, Gramsci rispondeva: “Sei stato tu a fornirmi la materia prima”. Non rifiutò mai di parlare o ascoltare gli operai, chiunque fossero e qualunque fosse l’argomento che sollevavano. Gramsci era la vera figura di un intellettuale che, avendo vissuto la vita della classe operaia – le loro lotte, la loro miseria economica, la loro posizione sociale – si era, nel senso più pieno della parola, proletarizzato”.5
Racconti simili dell’atteggiamento modesto e solidale di Gramsci sono numerosi nel volume Gramsci Vivo (Feltrinelli 1977, Iskra 2010), che raccoglie testimonianze di operai torinesi che lottarono al suo fianco negli anni dieci. Tuttavia, per quanto toccanti possano essere queste riflessioni, fanno poco per chiarire le dinamiche pedagogiche concrete dei consigli operai torinesi – che è ciò che alla fine cerco.
La violenza del fascismo consisteva non solo nello smembramento fisico del movimento operaio, ma anche nel tentativo di disarmarlo della sua memoria e della sua storia.
Sebbene ulteriori ricerche negli archivi possano certamente portare alla luce materiale a questo scopo, è anche possibile che non trovi nulla. Molti dei documenti associati al movimento operaio del Biennio Rosso furono distrutti dai fascisti durante la Strage di Torino del dicembre 1922 – quando la Camera del Lavoro e la sezione locale del Partito Socialista furono saccheggiate e incendiate. Di per sé, questo è un potente promemoria: la violenza del fascismo consisteva non solo nello smembramento fisico del movimento operaio, ma anche nel tentativo di disarmarlo della sua memoria e della sua storia.
Infrastrutture associative
Accanto al lavoro d’archivio, ho passato molto tempo a camminare per le strade di Torino, cercando di ricostruire l’ecologia organizzativa – e il paesaggio fisico – del movimento socialista in questo periodo. Quel paesaggio è importante, perché una delle mosse centrali della mia tesi è mettere in primo piano le dimensioni spaziali e incarnate della vita politica.
Ciò che sta diventando chiaro, mentre vago per le strade di Torino, è quanto fosse strettamente intrecciato il tessuto associativo del movimento operaio qui. Quel movimento gravitava attorno a una serie di istituzioni fondamentali: la Camera del Lavoro locale, l’Alleanza Cooperativa Torinese (ACT), i maggiori sindacati come la FIOM e, naturalmente, la sezione locale del Partito Socialista Italiano (PSI). Tra questi organi formali correva un ampio tessuto connettivo, inclusa la stampa socialista – il quotidiano del PSI Avanti! e il giornale settimanale L’Ordine Nuovo, fondato da Gramsci nel 1919 – e una rete di circoli gestiti dai lavoratori, spesso organizzati attorno alla lettura, alla discussione e all’educazione politica.
Sebbene il materiale di fonti secondarie mi avesse già familiarizzato con ciascuno di questi nodi prima del mio arrivo a Torino, è stato solo quando ho iniziato a cercare gli indirizzi negli archivi e a mettermi in cammino per rintracciarli che ho registrato quanto profondamente interconnesse fossero queste istituzioni. In effetti, molte di esse non erano solo funzionalmente collegate ma fisicamente vicine, spesso condividendo gli stessi edifici o occupando indirizzi vicini nello stesso isolato.

Mentre inizio a ricostruire il paesaggio, due indirizzi emergono come particolarmente significativi.
Uno era Corso Siccardi 12. Questo edificio ospitava non solo la Camera del Lavoro e l’Alleanza Cooperativa Torinese (ACT), ma anche la sezione locale del PSI; sembra, inoltre, che fosse il sito dove venivano stampati L’Ordine Nuovo – e, presumibilmente, Avanti!. La concentrazione di attività socialista a questo indirizzo ne fece un obiettivo importante della violenza fascista, e nel dicembre 1922 fu quasi interamente distrutto da un attacco fascista.
Negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale, Torino era sede di un ambiente operaio in cui una parte significativa del proletariato di fabbrica si era attivamente organizzata su linee socialiste e comuniste.
A poco più di un chilometro di distanza, Corso Siccardi 12 trovava il suo complemento in Via dell’Arcivescovado 3, all’angolo con Via XX Settembre. Questa era la sede congiunta sia di Avanti! che di L’Ordine Nuovo – e, come chiariscono numerose memorie in Gramsci Vivo, l’edificio era molto più di un semplice spazio di lavoro. Era piuttosto un luogo di ritrovo cruciale per lavoratori e militanti, che entravano e uscivano costantemente dagli uffici dell’Ordine Nuovo. E con l’ascesa della violenza fascista nel 1921, l’edificio divenne una sorta di bunker fortificato per i socialisti della città. Vincenzo Bianco, un operaio fonditore, ricordò:
“La porta su Via XX Settembre era piccola, e inoltre l’avevamo bloccata con una cassa di legno piena di pietre. Chi doveva entrare era costretto a passare uno alla volta; due persone fianco a fianco non potevano passare. Per proteggerci da possibili attacchi dai tetti – per quanto difficili sarebbero stati – avevamo costruito una piccola torretta su cui era installata una mitragliatrice. Avevamo fucili e pistole, ed eravamo tutti volontari – operai che erano stati licenziati dalle fabbriche, e alcuni, come me, con mandati di cattura pendenti e quindi ricercati dalla polizia. Ma tutti noi eravamo determinati a difendere il nostro giornale [L’Ordine Nuovo]. Le armi erano tenute nascoste in un posto molto vicino, a portata di mano. La sera, i turni di guardia venivano effettuati anche da volontari esterni che venivano dalle fabbriche.”6
Dagli uffici del giornale in Via dell’Arcivescovado 3, si trattava solo di una breve passeggiata fino alla residenza di Gramsci in Via San Massimo, adiacente a quella che oggi è Piazza Carlina.
Oltre a questi siti più noti, il mio lavoro d’archivio ha portato alla luce una serie di istituzioni che aggiungono densità alla mappa della vita sociale della classe operaia in questo periodo.
In Via Micca 2, per esempio, l’Alleanza Cooperativa Torinese (ACT) gestiva una farmacia già dal 1907; e in Corso Stupinigi 9 – oggi, all’incirca lo stesso indirizzo in Corso Turati – la Tipografia Cooperativa, vicina all’ACT, stampava documenti per la FIOM e altre istituzioni operaie. Infine, ho trovato prove di due organizzazioni che non avevo incontrato in precedenza – l’Associazione Generale degli Operai (AGdO) e la Federazione Circoli Educativi Socialisti (FCES) – che operavano entrambe da Corso Siccardi 12, lo stesso indirizzo della Camera del Lavoro e dell’ACT.
Aggiungete a questi i ventotto circoli socialisti gestiti dai lavoratori elencati su una tessera della FCES del 1920, e ciò che emerge non è solo un paesaggio istituzionale denso, ma profondamente politicizzato. Negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale, Torino era sede di un ambiente operaio in cui una parte significativa del proletariato di fabbrica si era attivamente organizzata su linee socialiste e comuniste.

Sarò a Torino per un’altra settimana, il che significa che c’è ancora tempo per alcune altre visite agli archivi, e per altre lunghe passeggiate che tracciano i contorni del mondo semi-scomparso che ho cercato di ricostruire.
Domani è il Primo Maggio – una festa di stampo socialista che Torino celebrerà senza dubbio in pompa magna– e un promemoria che la sinistra torinese non è solo una reliquia del passato. Alcuni degli stessi edifici che un tempo ospitavano tipografie socialiste o istituzioni cooperative ora portano un diverso insieme di iscrizioni: graffiti “Free Gaza” o l’onnipresente “Meloni Merda”. Queste scritte sono come strati archeologici sulle superfici di un paesaggio politico molto più antico. Ciò che colpisce, più a lungo rimango qui, è quanto dell’infrastruttura del Biennio Rosso sia scomparso, eppure quanto la sua impronta rimanga leggibile una volta che sai dove guardare.
La storia della sinistra raramente offre lezioni già pronte per il presente. Ma esaminare quella storia può affinare la nostra comprensione dei problemi contemporanei. Se l’egemonia è qualcosa che deve essere organizzata nella tessitura della vita quotidiana, allora la questione non è solo cosa pensano le persone, ma che tipo di spazi, pratiche e istituzioni rendono quei pensieri collettivamente attuabili e politicamente durevoli. Questa, almeno, è la domanda che porterò con me mentre torno a Chicago.
1- Per un’altra discussione sull’egemonia, dai un’occhiata al post qui sotto di qualche mese fa. Devo ancora scrivere il seguito.
2 - Questo approccio si oppone a una tendenza – specialmente associata a Ernesto Laclau e Chantal Mouffe – a trattare l’egemonia come un processo prevalentemente discorsivo. Senza negare l’importanza del discorso, sostengo che tornare al giovane Gramsci porti alla luce come la costruzione dell’egemonia dipenda da reti dense di interazione faccia a faccia, incorporate nelle routine della vita quotidiana e supportate da un’infrastruttura fisica reale.
3 - Ciò significa che, contrariamente alla maggior parte degli studi contemporanei sui consigli operai, considero queste istituzioni né come un modello replicabile per l’organizzazione emancipatoria né come un semplice avatar del fallimento. Nel contesto del mio progetto, i consigli operai diventano un prisma per decostruire le esigenze, le tensioni e i limiti della politica egemonica.
4 - Cfr. Gramsci, Quaderni 3 (1930)
5 - Fondazione Istituto Piemontese Antonio Gramsci. Fipag / Parodi / b. 1 / fasc. 4.
6 - Cfr. Gramsci Vivo, p. 33.
L’egemonia dopo l’egemonia (1)
Coercizione, consenso e “costrizione muta”
Nel suo libro del 2017 The H-Word, Perry Anderson osserva che “pochi termini sono così cospicui nella letteratura politica contemporanea, tecnica o polemica, come egemonia”. Eppure, come accade con la maggior parte delle estensioni concettuali, la diffusione dell’egemonia non è stata accompagnata da chiarezza: “attraverso due millenni”, sostiene Anderson, “il termine ha alterato il suo uso e spostato il suo terreno molte volte”, lasciandolo “perseguitato da ambiguità”.1
Sia nella sua “cospicuità” che nella sua spettrale “ambiguità”, le fortune dell’egemonia sembrano rispecchiare quelle del suo più amato teorico moderno – Antonio Gramsci – il cui posto di rilievo nella teoria sociale e politica non è accompagnato dal tipo di attenta considerazione che uno status canonico normalmente richiede. Come Anderson aveva già notato negli anni Settanta, la ricezione di Gramsci “non fu accompagnata da una corrispondente profondità di indagine nella sua opera”, cosicché gli scritti di Gramsci sono stati “forse più citati che effettivamente letti.”2
Quarant’anni dopo, Peter Thomas (2011) poteva lamentare lo stesso problema: la “reputazione” di Gramsci “non ha necessariamente assicurato riconoscimento”, o una “analisi testuale ravvicinata e valutazione del suo pensiero”.3
Così, l’ “enigmatico marxista sardo“ condivide il destino del suo “concetto distintivo”– egemonia – la cui proliferazione appare legata all’imprecisione. Come disse Anderson di Gramsci: “il prezzo di un’ammirazione così ecumenica è necessariamente l’ambiguità”.4
Il mio obiettivo qui non è tanto dissipare questa ambiguità quanto decostruire un importante disaccordo tra Perry Anderson e Peter Thomas sul significato di egemonia – un disaccordo che ritengo sia allo stesso tempo difficile e illuminante. Nel farlo, non intendo “risolvere” il problema del significato di egemonia; ciò non sarebbe né possibile né desiderabile. Il mio obiettivo è semplicemente pensare attraverso le complessità di una categoria la cui ubiquità l’ha resa sia potente che ingombrante, indispensabile e imprecisa, e poi considerare come i recenti dibattiti attorno alla “dominazione impersonale” e alla “costrizione muta” sotto il capitalismo si rapportino o si scontrino con il concetto di “politica egemonica”.
In questa prima puntata, ricostruirò la visione di Anderson con un occhio ai suoi punti di frattura – così come ai suoi punti di forza. Nel mio prossimo post, esporrò la critica di Thomas, valuterò i punti fini del disaccordo e delineerò come penso a tutto questo in relazione al lavoro più recente sulla teoria marxista strutturale.
Egemonia e le sue “antinomie”
Un buon punto di partenza è il saggio classico di Perry Anderson, The Antinomies of Antonio Gramsci (1976) [Ambiguità di Gramsci, Laterza, 1978], un testo che indicizzò e strutturò la ricezione di Gramsci nella Nuova Sinistra anglofona. Accanto al lavoro formativo di Louis Althusser, le Antinomie di Anderson fornirono un modello per quello che Thomas chiama “ l’immagine generale di Gramsci’ che alla fine sarebbe prevalsa nell’accademia e nella più ampia ‘cultura intellettuale’”.5
Così, se operiamo con una comprensione tacita di ciò che significa egemonia nella teoria sociale, questa comprensione è probabilmente qualcosa di simile a quella di Anderson.
La mossa generale nell’argomentazione di Anderson è interpretare l’egemonia come una categoria “generica” del potere politico. Questo significa che nomina un insieme di possibilità o strategie che qualsiasi gruppo sociale può, in linea di principio, perseguire. L’egemonia è in questo senso simile ad altre categorie, come “dominazione”: mentre un gruppo sociale può avere un monopolio relativo sulla dominazione in qualsiasi data istanza, nulla in linea di principio impedisce che i ruoli siano invertiti. Proprio come qualsiasi gruppo sociale può, in linea di principio, dominarne un altro, qualsiasi gruppo sociale può, in linea di principio, perseguire l’egemonia. Dominazione ed egemonia sono in questo senso analoghe.
L’analogia, tuttavia, si ferma qui. Per Anderson, l’egemonia è crucialmente definita come l’“antitesi” della dominazione – una di una serie di “opposizioni” o “antinomie” derivate dal resoconto di Gramsci della politica moderna. Attraverso queste opposizioni, l’egemonia emerge come una categoria intelligibile di per sé: emerge come una “modalità di governo” basata sul “consenso” – piuttosto che sulla coercizione; è un esercizio di potere che tende a svolgersi all’interno della “società civile” – piuttosto che attraverso “lo stato”; e, poiché Gramsci credeva che la “società civile” fosse particolarmente robusta nelle democrazie borghesi dell’Europa occidentale, la politica egemonica è un fenomeno tipico dell’ “Occidente” – in contrasto con l’ “Oriente”. Attraverso queste antitesi (consenso/coercizione, società civile/Stato, Occidente/Oriente), Anderson sviluppa un resoconto concettualmente chiaro e analiticamente portatile dell’egemonia.6
Consenso e leadership
In primo luogo, l’egemonia nomina una forma di governo che opera principalmente attraverso il consenso attivo o passivo dei gruppi subalterni, piuttosto che attraverso la loro aperta repressione o l’esercizio della forza coercitiva. L’intuizione qui è che la stabilità di un ordine sociale non può essere spiegata dal puro potere fisico o militare del gruppo dominante: l’accettazione del governo da parte dei governati deve giocare un qualche ruolo, e nella misura in cui quel ruolo è preponderante, il gruppo dominante può essere detto “egemonico”. È importante sottolineare che questo non significa che la coercizione scompaia, ma piuttosto che si ritiri in secondo piano: la forza rimane disponibile, ma è normalmente subordinata alla persuasione, all’integrazione ideologica e alla leadership morale. In questo senso, l’egemonia spiazza o eclissa la violenza, ma non la eradica. Nomina una modalità di potere politico che “poggia” sull’accettazione, cosicché il potere è esercitato obliquamente, attraverso la “leadership” piuttosto che il “comando”.7
Il concetto di leadership è cruciale qui, perché aiuta a distinguere l’egemonia da qualcosa come ciò che Noam Chomsky chiamerebbe “consenso fabbricato”. Per Chomsky, i governi pretesamente liberali o democratici tendono a mantenersi attraverso disinformazione, media capitalisti e ideologia gerarchica, che efficacemente sottomettono o diluiscono la contestazione o opposizione interna. Questo può essere correlato all’egemonia, ma per Anderson non è la stessa cosa.
Questo perché, sebbene l’egemonia sia invocata per spiegare la stabilità del “potere della classe dominante nelle democrazie borghesi”,8
è anche intesa a coprire le relazioni tra gruppi sociali che sono alleati, non in conflitto. Per Gramsci, l’esempio paradigmatico è la relazione tra le classi lavoratrici urbane e la leadership giacobina della Rivoluzione francese nella sua fase più radicale (1792-1793). Nel resoconto di Gramsci, i giacobini guidavano le classi lavoratrici, e le classi lavoratrici consentivano a quella leadership, ma questo non era affatto un caso di consenso “fabbricato” nel senso di Chomsky. Piuttosto, i giacobini formavano una genuina alleanza con le classi lavoratrici, e abilmente – ma non falsamente – articolavano questa alleanza in termini di un progetto comune: la lotta rivoluzionaria per libertà, uguaglianza e fraternità.
L’egemonia copre una serie di relazioni che tengono insieme forme relativamente consensuali di cooperazione tra gruppi sociali, purché questi gruppi possano essere più o meno chiaramente distinti come “leader” e “seguaci”.
L’interpretazione di Gramsci di questi eventi è connessa a una comprensione tacita – grossolanamente marxiana – degli interessi. Egli chiama gli interessi di qualsiasi gruppo dato interessi “economico-corporativi” e in questo senso, gli interessi “economico-corporativi” della leadership giacobina e quelli delle classi lavoratrici urbane non erano gli stessi: il Club dei Giacobini era composto principalmente da professionisti istruiti e proprietari terrieri.
Ciò che fu notevole nel contesto rivoluzionario francese, per Gramsci, fu il modo in cui l’egemonia dei giacobini emerse mentre allentavano il loro attaccamento all’intera gamma dei loro interessi “economico-corporativi”, costruendo un’agenda che rifletteva e assorbiva alcuni degli interessi “economico-corporativi” delle classi lavoratrici urbane. Una volta stabilita questa alleanza interclassista, egli suggerisce, la Rivoluzione passò da una fase “economico-corporativa” – la lotta di un gruppo di élite relative all’interno del Terzo Stato – a una fase “egemonica”, articolata come la lotta della “nazione” nel suo insieme.
Da questa prospettiva, l’egemonia copre una serie di relazioni che tengono insieme forme relativamente consensuali di cooperazione tra gruppi sociali, purché questi gruppi possano essere più o meno chiaramente distinti come “leader” e “seguaci”. Come vedremo, la critica di Thomas ad Anderson porta alla luce il modo curioso in cui Gramsci appare meno interessato di quanto ci aspetteremmo a distinguere le relazioni egemoniche “buone” (la leadership del partito giacobino, o la leadership del proletariato russo durante la Rivoluzione d’Ottobre) da quelle “cattive” (quelle che stabilizzano le relazioni sociali capitaliste sotto la democrazia borghese).9
Società civile e cultura
Anderson sottolinea che costruire e mantenere l’egemonia ha molto a che fare con la presenza di quelle che i sociologi chiamano “istituzioni intermedie”. Nella Rivoluzione francese, queste istituzioni includevano la stampa, così come l’enorme numero di club politici, riunioni regolari e assemblee improvvisate in cui circolavano sia le classi lavoratrici urbane che la leadership giacobina. Nei contesti non rivoluzionari, includono la densa rete di istituzioni più o meno formali – la stampa, i partiti politici, le scuole e le chiese, i sindacati, le associazioni culturali e le organizzazioni private – che si frappongono tra gli individui e “l’apparato statale”.10
In entrambi i casi, l’egemonia è configurata come una forma di potere i cui canali privilegiati passano attraverso la “società civile”, piuttosto che “lo Stato”.11
Il pensiero di base qui è che è su questo terreno associativo che il consenso viene organizzato e stabilizzato, poiché i gruppi sociali sono legati insieme attraverso pratiche di educazione, edificazione morale e coltivazione ideologica. In contrasto con la “società civile”, lo Stato propriamente detto appare come il sito in cui la coercizione è concentrata e codificata, sotto forma di legge, polizia e forza militare. L’egemonia presuppone quindi una relativa autonomia della società civile dallo Stato: è solo dove la vita sociale non è immediatamente assorbita nel “comando” politico che la “leadership” può essere esercitata attraverso la persuasione e la cooperazione piuttosto che attraverso la forza coercitiva.
Una delle conseguenze più importanti di questa prospettiva è che opera uno spostamento nel campo della strategia politica. Se il potere politico è in un certo senso “basato su” relazioni di consenso organizzate al di fuori dello Stato,12
ne consegue che questo dominio di relazioni dovrebbe essere l’obiettivo degli interventi da parte di gruppi miranti a trasformare l’ordine sociale o politico. In altre parole, la “lotta di classe” non deve mirare solo alla presa del potere statale, ma deve anche inserirsi in una serie protratta di interventi all’interno della società civile – quella che Gramsci chiamava una “guerra di posizione” – dove si forgiano alleanze, si consolidano visioni del mondo e l’autorità viene resa intelligibile come senso comune.13
Specialmente in contesti percepiti come non rivoluzionari (ad esempio, l’ “Occidente” per la maggior parte del secolo scorso) la “guerra di posizione” diventa una strategia attraverso cui la “contro-egemonia” può essere gradualmente costruita.
Per Anderson, l’egemonia è una forma “generica” di potere politico basata sul consenso e ancorata alle istituzioni della società civile.
Per riassumere, il saggio del 1971 di Anderson sviluppa sistematicamente un resoconto dell’egemonia che, per molti di noi, è almeno in qualche modo familiare. L’egemonia è una forma “generica” di potere politico basata sul consenso e ancorata alle istituzioni della società civile.
Questo implica, infine, che l’egemonia è profondamente legata alla “supremazia culturale” del gruppo sociale “egemonico” – così che ciò che appare come “senso comune” è ampiamente compatibile con gli interessi “economico-corporativi” di questo gruppo. Da questa prospettiva, gli “intellettuali” nel senso più ampio – non solo accademici, giornalisti e personalità dei media, ma anche leader politici, culturali e religiosi – giocano un ruolo chiave nell’elaborazione e nel mantenimento dell’egemonia. Come dice Anderson, gli intellettuali “mediano l’egemonia” del gruppo che rappresentano sugli altri gruppi sociali, “attraverso i sistemi ideologici di cui gli intellettuali stessi sono gli agenti organizzatori”.14
Il quadro risultante della politica privilegia la lotta ideologica nella “società civile” rispetto al confronto aperto con lo Stato. Per Anderson, quindi, Gramsci fornisce una base teorica per le successive strategie di gradualismo socialista, espresse paradigmaticamente nell’ondata di “eurocomunismo” riformista degli anni Settanta. A metà di quel decennio, la notevole scoperta di Anderson fu quella di aver trovato in Gramsci sia un’anticipazione che un’impalcatura autorevole per la Nuova Sinistra post-marxista – che avrebbe spostato la lotta rivoluzionaria verso “interventi” di ordine fondamentalmente “culturale” e “discorsivo”.
Rivoluzione dopo l’egemonia
Come ricorderanno coloro che hanno familiarità con il saggio di Anderson, esso non riflette affatto una celebrazione di questo quadro politico. Al contrario, Anderson tratta il fatto che Gramsci privilegi la lotta ideologica nella società civile come sintomo di una reale “confusione” riguardo alla natura del “potere della classe borghese”.15
Da un lato, sostiene, la riduzione della strategia rivoluzionaria a una “guerra di posizione” rischia di dissolvere la politica rivoluzionaria in un programma di trasformazione culturale e morale – alla fine scollegandola dall’obiettivo di una vera rottura con le relazioni sociali capitaliste. (Nel decennio successivo alla pubblicazione delle Antinomie di Anderson, questa preoccupazione avrebbe dato i suoi frutti nel lavoro di Laclau e Mouffe). Dall’altro lato, Anderson sostiene che il rischio più serio è che il quadro di Gramsci permetta al nucleo coercitivo del potere capitalista di uscire dal campo visivo. Per quanto dense possano essere le reti della società civile, lo Stato borghese rimane, in ultima istanza, un apparato armato di repressione che non può essere dissolto attraverso la sola persuasione. Da questa prospettiva, qualsiasi progetto rivoluzionario deve fare i conti con il carattere necessariamente improvviso e violento delle situazioni rivoluzionarie – in cui velocità, audacia e la frammentazione dell’apparato repressivo dello Stato diventano decisive.16
Per quanto dense possano essere le reti della società civile, lo Stato borghese rimane un apparato armato di repressione che non può essere dissolto attraverso la sola persuasione.
La lettura di Gramsci da parte di Anderson – e il suo influente resoconto dell’egemonia, in particolare – funge infine da schermo sul quale può proiettare il proprio progetto politico più trasparentemente “rivoluzionario”: la “guerra di posizione” non potrà mai eclissare completamente la “guerra manovrata”, a meno che l’orizzonte della rivoluzione non sia definitivamente abbandonato. Ma questo solleva un’importante domanda: il resoconto di Anderson dell’egemonia è convincente come si è assunto? Questa domanda è importante non solo dalla prospettiva relativamente banale dell’esegesi gramsciana – se Anderson coglie Gramsci “correttamente” – ma perché un resoconto alternativo dell’egemonia potrebbe rivelare possibilità strategiche che la lettura “antinomica” di Anderson spinge fuori dal campo visivo.
NdA
1 - Perry Anderson, The H-Word, vii, 180.
2 - Perry Anderson, The Antinomies of Antonio Gramsci, 5.
3 - Peter Thomas, The Gramscian Moment, xvii.
4 - Anderson, ibid.
5 - Thomas, ibid., xix.
6 - In quanto segue, mi concentro su consenso/coercizione e società civile/Stato. Sebbene interessante di per sé ed estremamente importante per Gramsci dalla prospettiva della strategia rivoluzionaria, esaminare l’opposizione Occidente/Oriente aprirebbe un fascio di problemi inutili. Basti dire che, per tutti gli scopi pratici, “l’Oriente” in questo contesto significava: la Russia pre-rivoluzionaria. Il resoconto di Gramsci dell’egemonia dovrebbe essere letto sullo sfondo dei dibattiti tra i comunisti dell’Europa occidentale sugli esiti divergenti della Rivoluzione d’Ottobre e dei movimenti rivoluzionari falliti che spazzarono l’Europa occidentale tra il 1917 e il 1920.
7 - Anderson, ibid., 41, 21.
8 - Ibid., 7.
9 - Da parte sua, Anderson contesta la corrispondenza strutturale che Gramsci sembra tracciare tra il proletariato nella lotta contro il capitalismo e la leadership giacobina di quella rivoluzione “borghese” archetipica – la francese: “è importante ricordare il familiare principio marxista che la classe operaia sotto il capitalismo è intrinsecamente incapace di essere la classe culturalmente dominante, perché è strutturalmente espropriata dalla sua posizione di classe di alcuni dei mezzi essenziali di produzione culturale – educazione, tradizione, tempo libero – in contrasto con la borghesia dell’Illuminismo, che poteva generare la propria cultura superiore all’interno del quadro dell’Ancien Régime. ... Finché la mancanza di corrispondenza strutturale tra le posizioni della classe borghese all’interno della società feudale e della classe operaia all’interno della società capitalistica [non] viene costantemente registrata, il rischio di uno slittamento teorico dall’una all’altra [è] sempre potenzialmente presente nell’uso comune del termine egemonia da parte di [Gramsci]. L’assimilazione più che occasionale delle rivoluzioni borghesi e proletarie nei suoi scritti sul giacobinismo dimostra che Gramsci non era immune da questa confusione.” Ibid. p. 46.
10 - Ibid., 21-22.
11 - Ibid., 34-35; cfr., 10-12.
12 - Ibid., 42.
13 - Ibid., 11-13.
14 - Ibid., 19, 21.
15 - Ibid., 76.
16 - Ibid., 75.








